Piaggio P.6 Ter

di Gabriele Tacchi

Aria, acqua, terra, fuoco: gli elementi dai quali, in quasi 2500 anni di storia, hanno avuto origine teorie filosofiche, matematiche, mediche, alchimiste, chimiche (gli stati della materia e l’energia che ne permette il passaggio dall’uno all’altro). Ma anche gli elementi che hanno sempre circondato noi modellisti pavesi, in misura tale da rendere ardua la scelta della disciplina in cui cimentarsi. Ma poi, perché dover necessariamente scegliere, quando la passione per il modellismo dura una vita intera, durante la quale vi è il tempo per passare dall’acqua all’aria, dalla terra all’aria, dall’aria all’acqua; in giornate illuminate dal fuoco del sole, con modelli spinti dal fuoco nel motore, a solcare lo specchio del Ticino, i cieli sulle distese dei campi pianeggianti, oppure prima l’uno e poi le altre. Ed in effetti, di modellisti che sono passati dalla motonautica radiocomandata all’aeromodellismo, o che hanno coltivato contemporaneamente i due settori, nella mia città, ce ne sono tanti, molti di questi hanno fatto sul serio la storia del modellismo.

Del resto, il condizionamento ambientale per chi vive da queste parti è forte: il Ticino, uno dei fiumi più belli d’Italia, il Po, e tanta campagna su cui basare le nostre piste per i modelli terrestri. Di certo è meno comodo volare in pendio, c’è un po’ di strada da fare, inoltre la storia, per i medesimi motivi già citati, rema anch’essa in una ben precisa direzione: il Raid Pavia Venezia (maggiori dettagli), l’evento motoristico seguito con interesse da tutti i miei concittadini, la corsa di motoscafi più lunga al mondo, ormai massacrata dalla crisi economica, dalle asciutte dei fiumi e dai soliti demonizzatori, e la nascita della prima linea aerea passeggeri italiana nel 1926, attrezzata con splendidi idrovolanti CANT. Partenza da Torino dalle acque del Po, tappa a Pavia con ammaraggio in Ticino in pieno centro città, poi Venezia e infine Trieste, ad opera della Società Italiana Servizi Aerei (approfondimento a questo link).

Giacomo Passalacqua, detto “il Jacky”, vicepresidente del nostro Gruppo Modellistico Belgioioso, è uno di quelli che ha fortemente subìto tali condizionamenti ambientali, dividendo il suo tempo libero tra la motonautica radiocomandata (stiamo parlando dei tempi eroici in cui i pavesi vincevano i mondiali di scafi) e l’aeromodellismo. Meccanico vecchio stampo, occhiata fulminante, estroso ed autorevole come doveva essere un buon meccanico in tuta unta e non in camice da sala operatoria, ha contributo fortemente allo sviluppo ed alla diffusione del nostro hobby tra i giovani, e la sua figura è ancora importante e rispettata nel GMB. Anche per lui, come per altri, me compreso, il richiamo dell’acqua è rimasto forte, ed approdare alla costruzione di idrovolanti radiocomandati un esito scontato della carriera personale: la perfetta sintesi tra i due elementi più attraenti, l’acqua e l’aria, il passaggio dall’uno all’altro in pochi istanti. Complice anche la presenza nel nostro gruppo, sino alla sua scomparsa, di Pietro Bellingeri, che dell’aeromodellismo idro è stato un importante e notissimo punto di riferimento nazionale, nonché instancabile formatore di nuove leve.

Il Jacky, a destra, insieme ad un altro mostro sacro del modellismo pavese e internazionale: Italo Magrotti "Magher".

Il Jacky, a destra, insieme ad un altro mostro sacro del modellismo pavese e internazionale: Italo Magrotti “Magher”, al campo volo del GMB.

Di idrovolanti, il Jacky, ne ha fatti tanti, a partire da quelli vincolati, molti derivati da aerei terrestri, alcuni usati un po’ con le ruote e un po’ con i galleggianti a seconda della stagione, compreso un bellissimo idrocorsa Gloster della Coppa Schneider, a dire il vero non propriamente rilassante in volo. Quello che mancava era la riproduzione di un velivolo inusuale, sufficientemente tranquillo da poter essere utilizzato a frequenza cardiaca normale sia per divertimento sia in occasione di manifestazioni o raduni. Il Jacky era ormai attrezzato per affrontare la ricerca sul web: completamente a digiuno di rete, computer e informatica, alcuni anni prima era rimasto folgorato dalla facilità con cui l’addetta di una azienda specializzata in decals aveva trovato con due click la livrea del Mustang che voleva riprodurre. Il risultato fu l’acquisto di un pc e l’attivazione di una ADSL. Da quel momento in poi cominciò ad archiviare e pubblicare foto storiche del modellismo pavese e non, a digitalizzare vecchi filmati e a sbizzarrirsi nelle ricerche più curiose. Fino a tirar fuori un modello del quale, naturalmente, a disposizione in rete vi era pochissimo. Di certo la scelta non era basata sulla bellezza dell’aereo, piuttosto su alcune sue peculiarità, che lo rendevano interessante: biplano, un unico scarpone centrale, pochissimi esemplari costruiti, sconosciuto a molti.

L’aereo

Il Piaggio P6 TER venne prodotto nel 1928 come ricognitore catapultabile da imbarcare sugli incrociatori classe Trento e Zara, in sostituzione dell’ormai superato Macchi M18, idrovolante nato per uso civile. Fu il risultato di un concorso, indetto dalla Regia Marina, che vide la partecipazione come attori principali della Macchi e della Piaggio, gli uffici tecnici delle quali erano diretti da due grandi progettisti, anzi da due giganti: Mario Castoldi e Giovanni Pegna. In effetti, immaginare il padre dell’MC 72, detentore ancora ai giorni nostri del record di velocità nella sua categoria, e il progettista del rivoluzionario e geniale PC7, che non riuscì a volare, per problemi irrisolti solo per mancanza di tempo, impegnati nella progettazione di due catafalchi da ricognizione, mette un po’ di tristezza, come vedere Varenne o Ribot attaccati ad un carretto, ma le esigenze del momento erano quelle.

L'incrociatore Fiume, anno 1931

L’incrociatore Fiume, anno 1931

Castoldi, la cui azienda Macchi in quel tempo aveva altri grilli per la testa, ovvero la produzione di un lotto di sedici Savoia Marchetti S 55 “scafi allargatissimi”, mise sul piatto un progetto innovativo esclusivamente per il largo uso di metallo nella sua costruzione, ovvero l’M 40, un biplano in struttura e copertura delle velature in alluminio, a singolo galleggiante centrale, munito di barchette alari, motore Fiat da 380 hp anteriore ed elica trattiva, postazione per il mitragliere dietro al pilota.

Pegna, invece, propose due configurazioni differenti: il P.6, analogo per forma all’M.40, ed il P.6 Bis che, pur adottando le medesime ali biplane, era dotato di fusoliera a scafo centrale e di motore Isotta Fraschini da 360 hp propulsivo. Quest’ultimo modello venne subito scartato, per cui la Piaggio sviluppò, sulla base del P6 il P6 ter, che vantava alcuni miglioramenti, tra i quali il potenziamento del propulsore; fusoliera realizzata in legno, duralluminio per i soli longheroni, munita di un unico e consistente scafo centrale e barchette alari; ali interamente in duralluminio, impennaggi metallici, stesso motore dell’M.40 portato però a 420 hp.

Il Piaggio P6 Ter

Il Piaggio P6 Ter.

Le prove comparative tra i due prototipi di Macchi e Piaggio si svolsero nel 1929, come si legge in un promemoria di De Pinedo; dopo un anno si scelse in via transitoria di acquistare solo sei Piaggio P.6 Ter per sostituire gli ultimi quattordici M18 ancora in servizio. I dubbi erano forti, e probabilmente le prestazioni dei due prototipi simili tra loro. L’anno successivo, venne scartato definitivamente l’M.40 “sia per deficienza di caratteristiche che per difetto di comportamento” come si legge in un verbale dell’epoca, e nel maggio 1931 venne ufficializzato l’ordine per altri nove esemplari di P.6 Ter, dotati di mitragliatrice Lewis su torretta, attacchi per sei bombe da 15 kg, macchina fotografica panoramica e stazione radio. Tre velivoli di tale lotto vennero dotati di ali ripiegabili per un rapido rimessaggio negli hangar degli incrociatori, gli altri sei di ali smontabili.

Il Piaggio P6 Ter in acqua.

Il Piaggio P6 Ter in acqua.

Gli incrociatori Trento e Zara disponevano di un hangar a prua chiuso da due portelli, in grado di ospitare due velivoli, munito di elevatore per il trasferimento degli aerei sulla catapulta ad aria compressa tipo Cagnotto. Proprio dalla nave Zara, a partire dal maggio 1932 vennero effettuate numerose prove di lancio con, ai comandi del P.6 Ter e di altri aerei in dotazione alla Regia Marina, il tenente Giovannozzi.

Successivi concorsi portarono presto alla radiazione del P.6 Ter, che non partecipò mai ad alcuna missione.

Il modello

Scelto il modello da riprodurre, per il Jacky il confronto con un amico coetaneo fu naturale, date le sue note capacità costruttive e la sua disponibilità: un nostro socio famoso per le sue numerose e importanti realizzazioni, ma altrettanto noto tra di noi per la sua avversione all’acqua quando correlata all’aeromodellismo, forse per via della indesiderata presenza delle risaie nelle immediate vicinanze dei campi improvvisati che, alcuni decenni or sono, frequentava per effettuare i suoi primi voli. “Se l’acqua è a nord, io vado a sud”, è solito dire.

Convincere Angelo Montagna ad occuparsi della costruzione del modello fu divertente: in realtà il suo rigetto agli idro riguarda solo il volo, la costruzione, come sempre, lo appassiona, soprattutto quando in ballo c’è una novità, qualcosa in cui cimentarsi, un aereo poco o per nulla riprodotto. Tuttavia, nel gioco delle parti tra amici, ci divertimmo, enfatizzando il suo ripudio per gli idrovolanti, a rendere più difficile di quanto non lo fosse l’impresa di coinvolgere Angelo nella realizzazione del P.6. Alla fine accettò, come sempre, di buon grado e con tanto entusiasmo.

La documentazione dell’aereo vero in possesso di Angelo era praticamente nulla, solo alcune fotografie. Fino a quando, un vecchio amico che correva con gli scafi insieme al Jacky, Antonio Collini, non gli inviò un estratto dalla pubblicazione Ali Italiane che riportava il trittico del P.6. Arrivarono anche ottime notizie dal museo di Vigna di Valle: il Maggiore Marco Bovasecco aveva spedito, molto gentilmente, copia del libretto di montaggio e manutenzione dell’aereo e, udite udite, il disegno completo dello scarpone, componente fondamentale del quale non si aveva praticamente nessuna informazione.

Il trittico del P6 Ter, unico disegno disponibile per realizzare il modello, oltre a quello dello scarpone.

Il trittico del P6 Ter, unico disegno disponibile per realizzare il modello, oltre a quello dello scarpone.

Per Angelo, abituato a tirar fuori modelli da un trittico grosso come una cartolina, ce n’era abbastanza per mettersi al lavoro. Una volta macinato mentalmente il progetto e abbozzato il disegno delle parti principali, cominciò a tagliare e ad incollare, infilando nei vari scaletti di montaggio gli elementi che, man mano diedero vita alla struttura del P.6, risolvendo gli inconvenienti e le difficoltà che via via si presentavano. Costruzione tradizionale, tecnica ormai collaudata da anni di esperienza e innumerevoli modelli realizzati, solo una piccola concessione per la costruzione delle barchette alari, in polistirolo rivestito in legno, e per il cofano motore, in vetroresina con stampo a perdere, il resto, scarpone compreso, in ordinate, centine e longheroni.

Durante le consuete visite da Angelo, si poteva ammirare il P.6 prendere forma con il solito ritmo che il nostro amico sempre sostiene, fino a quando, dopo poco tempo dall’inizio, ci trovammo davanti la struttura completamente finita e montata, pronta per le fotografie. Le quattro semiali presentavano una sfilza di centine e mezze centine davvero d’effetto, ma la cosa che si notava più di tutte era l’enorme scarpone centrale che, dovendo reggere da solo tutto il peso dell’aereo, aveva dimensioni inusuali rispetto a quanto fossimo abituati vedere.  Il motore scelto dal Jacky, un RCGF 56 cc a benzina era già installato, con la marmitta da lui modificata per riprodurre gli scarichi del P.6 reale, mancava solo la copertura e la finitura, che vennero portate a termine utilizzando Oratex e verniciando le superfici con un velo di pittura catalizzata. L’esemplare riprodotto portava le insegne dell’incrociatore Fiume, sul quale era imbarcato, nave varata nel 1931 e affondata dagli inglesi nel 1941, con la perdita di ben 813 uomini compreso il comandante Giorgio Giorgis, che non scese dalla biscaglina!

Per la scelta della colorazione e delle insegne, fu di grande aiuto la collaborazione di Luigi Carretta, direttore del notiziario del Gruppo Modellistico Trentino di Studio e Ricerca storica, del suo presidente Mirko D’Accordi, nonché degli archivi fotografici di Pier Luigi Moncalvo. Mancavano solo alcuni dettagli, ad esempio la torretta girevole del mitragliere (da rimuovere durante il volo, per evitarne la distruzione a causa delle vibrazioni del motore), che venne riprodotta in metallo dal Jacky, installando poi il simulacro della mitragliatrice Lewis che, fortunatamente, riuscimmo a reperire in kit di montaggio nella giusta scala in un negozio negli Stati Uniti.

Venne finalmente il giorno del collaudo. Ci trovammo in Borgo Basso (per i non pavesi è la sponda destra del Ticino in corrispondenza delle ultime case di fronte alla città, che sta sulla riva opposta), in un punto comodo per montare il modello e recarci in barca fino al luogo del decollo. Volare sul Ticino è meraviglioso ma presenta alcuni problemi, primo fra tutti che i posti più adatti alla nostra attività non sono quasi mai raggiungibili in auto, poiché, per fortuna, chiusi al traffico veicolare. Motivo per cui gli spettatori raggiungono a piedi il punto di ritrovo e le attrezzature, modelli compresi, vengono caricate sul barcè (tipica barca pavese lunga e stretta, fondo piatto, nata per la voga in piedi ma spesso dotata di fuoribordo) del nostro presidente Roberto Soffiantini, pure lui cultore di idrovolanti.

Il primo collaudo, il Jacky e Angelo montano il modello.

Il primo collaudo, il Jacky e Angelo montano il modello.

Come al solito, la presenza dei soci del Gruppo Modellistico Belgioioso era numerosa, in questi casi il supporto, anche solo morale, non manca mai. All’imbarco, oltre al Jacky, ovviamente Angelo, il sottoscritto che si era portato uno Skipper in espanso, giusto per riempire i minuti di attesa e naturalmente il nostro presidente Roberto, in veste sia di fotografo sia di nocchiero. Una volta radunate le attrezzature, Roberto “con gli occhi di bragia, loro accennando, tutte le raccoglie; batte col remo qualunque s’adagia”. E si parte, verso la nostra solita spiaggetta, ove il Ticino scorre senza troppe turbolenze, in un letto più largo e libero dalle costrizioni delle sponde cittadine, mettendoci a disposizione un lungo tratto di superficie speculare, nella quale si riflettono le rive lussureggianti e, da lontano, il profilo di Pavia. È il tratto in cui scendevano gli idrovolanti della S.I.S.A., per noi vuol dire qualcosa. Il paesaggio è stupendo, e la quiete del posto interrotta solo dal passaggio di barche e motoscafi, motivo per cui ci avviciniamo sempre con grande rispetto al fiume, limitando l’attività ai periodi in cui la nostra presenza si confonde con quella dei diportisti e non disturba più del dovuto la natura.

Il Jacky è agitato: colore verde, ginocchia che tremano, dita in fibrillazione, nonostante il continuo pediluvio nelle fresche acque del Ticino. Lo capisco, sono momenti e scene già viste e già vissute in prima persona. Ad attenderci ci sono tanti amici del gruppo, e qualche altro incrociato in barca: gli uomini del fiume si conoscono quasi tutti. Angelo osserva con occhio vigile ed esperto il Jacky che rifornisce e controlla il P.6, io, nel frattempo, decollo con lo Skipper. A un certo punto fingo un problema: moscerino in un occhio! E passo la radio ad Angelo. Roberto lo immortala. Ebbene sì, l’abbiamo fatto volare con un idro, e c’è la prova!

Nel frattempo il Jacky è pronto per accendere il motore, dopo la consueta verifica di galleggiamento. Ammaro, recupero il modello e vado, con Angelo, a dargli una mano. Quattro colpi energici all’elica ed il propulsore è in moto. Tira molto, per me troppo, per il modello su cui è montato. Dopo alcune smotorate, l’idro è in acqua. Il Jacky vuole per prima cosa fare una prova di flottaggio e comincia a risalire la corrente: anche col motore al minimo il Piaggio si muove. Troppo passo. Tenta una virata, ma il P.6 fatica a girare. Lo scarpone, lungo e affusolato si comporta come una lama piantata nel ghiaccio. Servirebbe un timone in acqua. Cerca, con qualche colpo di motore, di rendere più autorevole il comando della deriva, ma il modello prende velocità e, appena si gira a favore di corrente e contro vento, complice il basso carico alare, un balzo inaspettato e incontrollato, con conseguente muso in acqua, mette fine al collaudo. Salto a prua del barcè, dopo averlo slegato, Roberto accende il fuoribordo e recuperiamo il P.6. Si è solo bagnato, non è successo nulla di grave.

Nei giorni successivi, le telefonate tra me, Angelo e il Jacky diventano frequenti, ed alla fine condividiamo di dotare il Piaggio di un timone marino e di ridurre il passo dell’elica, limitando l’uso del motore, che sembra più che esuberante. Passa un po’ di tempo, il modello viene controllato per bene, l’elettronica verificata dopo il bagno in Ticino e si fissa una nuova data per il collaudo e per far convergere di nuovo gli amici, Paolo Fiocchi compreso che, insieme a Roberto, è dotato di macchina fotografica professionale.

La trafila è la stessa, ma stavolta il modello flotta che è un piacere. Meno propenso alla fuga al minimo, più docile al comando della deriva e del timone in acqua. Il Jacky, dopo qualche giro su e giù per il fiume, dà motore: una progressiva accelerazione, scarpone sul redan in assetto perfetto e, dopo una leggera richiamata, tra gli spruzzi argentei che seguono il modello come la coda di una cometa, il P.6 si stacca. Per un istante si vede l’immagine dell’aereo, riflessa nelle acque limpide del Ticino, allontanarsi dal solco lasciato dallo scarpone, la coda tricolore specchiata svanire nel fiume perdendosi nelle sue profondità, intanto che il Piaggio prende quota con un assetto confortante, ponendo fine, in pochi secondi, a molte delle preoccupazioni che turbano le notti dei piloti prima dei collaudi. Ma non basta! Noi siamo tranquilli, il Jacky per niente.

Per un istante si vede l’immagine dell’aereo, riflessa nelle acque limpide del Ticino, allontanarsi dal solco lasciato dallo scarpone, la coda tricolore specchiata svanire nel fiume perdendosi nelle sue profondità, intanto che il Piaggio prende quota

Per un istante si vede l’immagine dell’aereo, riflessa nelle acque limpide del Ticino, allontanarsi dal solco lasciato dallo scarpone, la coda tricolore specchiata svanire nel fiume perdendosi nelle sue profondità, intanto che il Piaggio prende quota

Gli sto vicino senza disturbarlo, lo vedo molto agitato. Segnala una difficoltà nelle virate, serve molta deriva insieme agli alettoni per impostare una buona traiettoria, probabilmente è il solito effetto del lungo galleggiante, che si fa sentire anche in aria. C’è solo da prenderci la mano, perché alla fine il modello vola bene e non presenta nessun problema. Ma la tensione resta alta e il Jacky preferisce scendere dopo circa cinque minuti di volo. Imposta l’ammaraggio, gli spazi sono immensi, ma a volte questa condizione trae in inganno, mancano i riferimenti. Vedo che il modello non è in asse col fiume, ed invito il Jacky a virare leggermente a destra, per avvicinare il Piaggio alla sponda dalla quale stiamo pilotando, per non rischiare di spiaggiarlo su di un banco di sabbia che emerge in prossimità della riva sinistra. Corretta la traiettoria, modello allineato allo specchio d’acqua, motore al minimo il Jacky richiama e tocca la superficie del Ticino, dopo un rimbalzo. Tutto nella norma, gli ammaraggi pennellati arriveranno nei voli successivi, occorre anche per questo conoscere e mettere a punto il modello.

Si festeggia, come al solito, con i presenti, e piano pano il Jacky passa dal colorito verdolino, al giallognolo, sino a tornare al suo normale rosa scuro-abbronzato-anche-in-inverno. È emozionato, stavolta perché felice, e, ancora in preda all’adrenalina, ringrazia tutti i presenti, chi per la collaborazione chi anche solo per il sostegno morale.  Angelo è soddisfatto, ancora una volta ha fatto centro: profili corretti, incidenze a posto, baricentro dove deve stare: pure lo scarpone ha fatto il suo dovere, ed era il suo primo idro. Che sia un segno? La radio in mano, dalla riva del Ticino, l’ha tenuta! Aspetteremo con pazienza, chissà mai…

A Biandronno, agosto 2018: da sinistra, Alessandro Tacchi, Gabriele Tacchi, il Jacky, il Maestro Italo Magrotti "Magher" e Antonio Collini, amico di vecchia data.

A Biandronno, agosto 2018: da sinistra, Alessandro Tacchi, Gabriele Tacchi, il Jacky, il Maestro Italo Magrotti “Magher” e Antonio Collini, amico di vecchia data che ha fornito importanti documenti sul Piaggio P.6 Ter

A Biandronno, il Jacky con Alessandro Tacchi, meccanico di turno.

A Biandronno, il Jacky con Alessandro Tacchi, meccanico di turno.

Apertura alare [m] 2,5
Lunghezza fusoliera [m] 1,62
Altezza [m] 0,75
Superficie alare [dm2] 150
Massa al decollo [kg] 10,95
Carico alare [g/dm2] 73
Motore RCGF 56
Elica 22×8
Profilo NACA 2412

 

Gabriele Tacchi

articolo pubblicato su Modellismo n°146 marzo/aprile 2017

Fotografie di Roberto Soffiantini, Paolo Fiocchi, Daniele Bertagna, Valeria Portinari